I sette motivi per cui genitori e ragazzi si domandano: “serve ancora studiare?”

Negli ultimi anni sono stato chiamato a tenere oltre 100 conferenze sui mestieri del futuro, sul personal branding, sull’orientamento dei giovani al lavoro. Durante le conferenze arrivano domande di ogni tipo. Ma solo ultimamente mi sento rivolgere sempre più spesso la stessa domanda. Pochi giorni fa un ragazzo da poco laureato accompagnato dai genitori mi ha chiesto senza tanti veli:

La nostra scuola funziona bene o no? Serve ancora studiare? Ha senso fare l’università?

Serve ancora studiare? 

Adulti e ragazzi si fanno sempre più spesso questa domanda. I dubbi in merito stanno crescendo. In un prossimo articolo cercherò di spiegare se tali dubbi siano fondati o meno. Mentre qui prenderò in esame quali sono questi dubbi. 

Prima però voglio fare una precisazione. Non nascondo che questo è un tema che mi appassiona parecchio e che sono sempre felice di portare la mia prospettiva in proposito. Con una Laurea in Economia, due Master post laurea e alcuni incarichi di insegnamento all’Università e in noti Master MBA dovrei essere il primo sostenitore della nostra scuola e delle nostre università. In verità non è così: penso che abbiano tante qualità ma che non siano più adeguate ai tempi.

I sette ispiratori di dubbi sulla scuola.

Che dubbi hanno giovani e adulti? E da dove nascono? Io mi sono dato queste sette risposte principali:

  1. Valore del “pezzo di carta”. Vedono che il titolo di studio assume sempre meno valore per trovare una degna occupazione: la disoccupazione giovanile arriva al 40%; 
  2. La busta paga e il precariato. Scoprono che gli stipendi di ingresso nel lavoro sono sempre più bassi: mediamente nell’ultimo decennio un laureato al primo impiego è passato dai 1250 € ai 1000€. Anche i contratti precari sono sempre più diffusi;
  3. Le notizie. Dai telegiornali e dalla stampa sentono dire che manca un collegamento tra scuola e mondo del lavoro;
  4. Le competenze soft. Scoprono che sul lavoro servono capacità molto diverse da quelle teoriche apprese a scuola o all’università;
  5. Concorrenza. Scoprono che oggi c’è una elevata concorrenza anche tra i laureati più brillanti: le offerte delle imprese sono diminuite significativamente per tutti e quello che conta nel contesto professionale non sono più i voti in pagella ma le doti di leadership, l’entusiasmo, lo spirito di gruppo;
  6. Lunghi tempi di apprendistato. Sono preoccupati dai lunghi tempi di ingresso nel mondo del lavoro: una volta conclusi gli studi è necessario un lungo periodo di apprendistato per trovare la propria strada;
  7. Senso di disorientamento. Avvertono un profondo senso di inadeguatezza ed insicurezza rispetto al futuro e alla direzione da intraprendere. Spesso non si sa cosa fare, altre volte non si sa come presentarsi, altre ancora non si hanno le competenze soft richieste;

“Se non studi non arriverai da nessuna parte!” Conclusioni. 

Tutti noi siamo andati a scuola. In tanti abbiamo passato almeno il traguardo delle scuole medie, molti il traguardo delle scuole superiori e qualcuno di noi ha ricevuto anche il papiro all’università. Nessuno di noi si è mai posto il problema se quell’investimento di energie e tempo (complessivamente fino a 20 anni sui libri per chi sceglie di proseguire fino all’università) fosse utile. Lo davamo per scontato che fosse utile!

“Se non studi non arriverai da nessuna parte”, “Per ottenere risultati bisogna fare sacrifici!”. Quante volte ce lo siamo sentiti dire? Ma oggi ci crediamo ancora?

Ora però le cose stanno cambiando velocemente e giovani e famiglie cominciano a porsi delle domande importanti rispetto a scuola e università, sulle quali, fino a ieri avevano riposto grande fiducia. Fiducia che va mantenuta ma va affiancata subito da altre azioni concrete.